Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/10

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 4 —

vano però alcunchè di duro; e i suoi capelli dritti e i baffi spioventi sul mento forte e sporgente erano dello stesso colore biondo-scuro del suo vestito di fustagno.

Egli veniva di lontano, sebbene il suo bagaglio si componesse appena di un ombrellone turchino e di un sacchetto pieno di castagne e di biancheria; ma doveva conoscere i luoghi che attraversava, perchè i suoi occhi azzurri, melanconici, velati da lunghe ciglia dorate, guardavano senza curiosità il paesaggio fuggente.

La notte era tiepida e chiara, nonostante le nuvole che oscuravano qua e là il cielo biancastro. All’orizzonte, sopra una linea azzurra di colline, apparivano le montagne di Barbagia dai profili argentei, e pareva che là lontano si stendesse una terra di sogno; ma al di qua, la luna, quando si liberava dalle nuvole, illuminava un paesaggio livido e rugginoso, una distesa di roccie che parevano blocchi di ferro, sparse fra macchie di fichi d’India simili anch’esse, sotto il chiarore lunare, a mucchi di pietre grigie.

Tutto il paesaggio era morto, e per la campagna deserta pareva non dovesse più incontrarsi anima viva; quando a un tratto, fra Bortigali e Silanus, apparve un uomo