Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/153

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 147 —


avvenire migliore del passato. All’ombra dei boschi il fieno lieve e delicato si seccava, e dagli alberi che avevan rimesso tutte le foglie nuove cadevano i fiori grigiastri e le ultime foglie secche: la vita nuova cacciava la vecchia; e anche lui sentiva un ardore di ambizione, un fermo proposito di rinnovare la sua sorte.

Andò difilato alla casina Perrò, e siccome Marielène, dopo aver guardato dalla finestra, lo faceva entrare con diffidenza e rimetteva il catenaccio alla porta, egli domandò ridendo:

— E che, Elena, ha paura dei ladri? E Sebastiana?

— Andiamo su; ti racconterò, — ella disse, precedendolo.

Bruno la seguì senza affrettarsi; ma il cuore gli batteva forte. La scala era inondata da un forte profumo di liquore e di cioccolata bruciata; il sole batteva sul pianerottolo e un caldo afoso e un grave silenzio regnavano nella casa.

Egli sedette presso il camino spento, allo stesso posto dove s’era seduto quella sera, ed ella si curvò su un braciere pieno di cinigia, ove si cuoceva un timballo di riso ed anguille. Dai coperti delle casseruole colava il grasso sui fornelli accesi; e tra il fumo profumato la figurina rossa