Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/17

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— Sì, l’ho conosciuta ragazzetta.... Adesso avrà ventisei.... no, ventisette anni! Era graziosa, molto seria, quasi bella.

— Elena? È brutta! — dichiarò francamente il capo-macchia, guardando al di fuori impensierito.

Le nuvole incoronavano tutto l’Orthobene coi loro cirri fumosi; i cavalli nitrivano come eccitati dalla paura del temporale imminente; e per qualche istante anche l’altro viaggiatore guardò dal finestrino, corrugando le sopracciglia.

Anche lui era altra volta passato per quella strada solitaria e polverosa; e riconosceva i luoghi, i campi qua e là coltivati, le vigne, la piccola città di cui si distingueva, sullo sfondo verde e grigio della montagna, la mole rotonda e bianca delle carceri e la facciata rosea della cattedrale, che coi suoi due campanili ai lati dava l’idea d’una mano che facesse le corna al cielo.

I monti d’Oliena e d’Orgosolo eran diventati grigi, d’un colore di perla morta; le nuvole coprivano il cielo.

Vedendo che il viaggio stava per finire, il presunto proprietario parve prendere una decisione; sollevò il capo con una certa fierezza e disse, battendosi le mani sulle ginocchia: