Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/176

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Egli si volse esasperato, depose il fagotto per terra e disse:

— Ebbene, perdio, sì! Vi abbrucio tutti, dal primo all’ultimo; ma sentimi, orbo, ora te lo dico. Voi tutti credete che io sia un miserabile: ma voi lo siete mille volte più di me. Io ho ucciso, è vero; ma tu rubi, tu succhi il sangue dei poveri; io darò fuoco alla tanca, ma il tuo signor capo‐macchia, diglielo pure a nome mio, si è venduto come Giuda, — sostengo, come Giuda, — per pochi denari. Egli vende l’onore, perchè non ha altro: se avesse il padre e la madre li venderebbe egualmente! Lo neghi, forse? Quanto gli ha dato, il padrone?

— A lui? Niente, — disse Lorenzo. — A lei ha pagato gli anni di servizio, come cuoca e come governante. Tu puoi fare il conto meglio di me!

Predu Maria sputò fuor della capanna in segno di disprezzo; poi riprese il fagotto e se ne andò.

La sera stessa Lorenzo lo chiamò sotto la tettoia, dove c’era già Bruno che fumava e rimescolava le carte, pallido in viso, ma calmo e impenetrabile. Sul tavolo stava, fermato da una bottiglia, un biglietto da cinquecento lire, i cui lembi si sollevavano al vento.