Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/191

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I lavoranti dormivano già, l’accampamento era silenzioso e le stelle scintillavano sul cielo scuro. Egli desiderò di alzarsi, di salire fino alle roccie per scrutare ciò che succedeva dietro la muraglia, ma non osò muoversi. Le ore passarono, un leggero vento di nord — ovest rinfrescò l’aria e fece mormorare il bosco; ma a un tratto egli sentì come un soffio ardente battergli sul volto, e gli sembrò un avviso misterioso: allora si alzò e guardò. Vide il fumo salire lento e scuro sul cielo stellato, come la nebbia nelle notti di autunno, sentì l’odore delle foglie bruciate, e preso da un terrore quasi infantile cominciò a gridare:

— Fuoco! C’è il fuoco!

In un attimo tutti i lavoranti furono in piedi. Senza perdersi in vane chiacchiere corsero a staccare fronde e rami per servirsene come di staffili per «battere le fiamme» e domare l’incendio. Egli non si mosse, come istupidito. Vide Bruno passar di corsa attraverso lo spiazzo, udì grida e voci lontane; e il fumo saliva sempre più rosso, e in breve il chiarore dell’incendio illuminò il cielo ed il bosco, e tutto apparve fantastico, pauroso: i macigni sembravano blocchi di ferro incandescente, una pioggia di foglioline di fuoco e di scintille cadeva sul bosco. Allora apparve Lorenzo