Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/24

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mitivo composto di tre archi in muratura coperti da un tetto nella stessa condizione del muro di cinta. In fondo al cortile un sambuco già coperto di foglie ombreggiava un pozzo; e sulle pietre di questo, come sul tetto e sui muri, cresceva il musco umido e verde. Il luogo pareva disabitato, ma appena i due visitatori furono nel portico un uomo s’affacciò alla porticina d’ingresso, guardò il Dejana e scoppiò a ridere.

— Predu Maria Dejana! Chi si vede! Quando sei arrivato, buona lana?

— Proprio adesso!

— Che hai fatto a quel piede?

— Me l’ho storto.

— Come l’anima tua, allora!

Il capo-macchia lasciò che il Dejana entrasse, e salutò per andarsene; ma Antonio Maria con un gesto energico gli accennò di avanzarsi.

— Avanti! E tanto so chi sei!

Attraversarono una stanzetta d’ingresso che pareva una cantina, umida, ingombra di tini, di botti, di pajuoli di rame, di decalitri e d’imbuti, ed entrarono in una seconda stanza vasta e bassa che serviva da camera da letto e da cucina. Il fuoco ardeva nel camino, e da una piccola finestra si scorgeva una roccia di granito,