Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/243

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di corsa una china, e anche lui saltò con agilità sul muro che chiudeva il sentiero, e di là su un cumulo di roccie. Voleva spiare l’uomo, che gli sembrava una figura sospetta: e per alcuni momenti rimase appiattato fra i macigni, con gli occhi socchiusi, intenti come quelli di un cane da preda. Pareva si fosse completamente dimenticato di Sebastiana, ed ella ne profittò per riposarsi. Sedette su una pietra, e guardò in su, finchè non lo vide scendere, con la stessa agilità con cui era salito. Egli camminava e saltava sulle pietre come su una scala sicura: vedendo Sebastiana le sorrise per rassicurarla, e i suoi denti scintillarono, le labbra apparvero fresche e rosse fra i baffi dorati. Egli era bello in quel momento, col viso illuminato dal sole, così alto, così agile e pieghevole; ed ella ricordò i giganti che un tempo abitavano la montagna e dovevano essere belli ed agili così, e come spinta da un istinto di emulazione si alzò e lo aspettò dritta sulla roccia, alta anche lei e provocante.

Ripresero a scendere, l’uno a fianco dell’altra, illuminati entrambi dall’ultima fiamma del sole: e un desiderio intenso li avvolgeva entrambi, come quella luce; ma la volontà di Bruno era più forte della