Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/265

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— Non tremare così, — le disse, con accento quasi duro. — Non è nulla, ti dico! E se mi vuoi bene davvero non dire a nessuno che mi hai veduto così.

Ella non rispose, ma le sue labbra si sporsero, tremanti come quelle d’un bimbo che sta per piangere. Egli le si aggirava attorno a testa bassa, come vergognoso della sua debolezza, e infine le si riavvicinò e le domandò sottovoce:

— Ma è vero che mi vuoi bene? Sì? Dici di sì? Anch’io, Sebastiana.... da tanto tempo!... Ci rivedremo: adesso ti devo lasciare. Non parlare di me con nessuno; non dire che sono malato.... che sono infelice....

Si allontanò, e Sebastiana si rimise a raccoglier le ghiande, piangendo d’amore e di tristezza. Le sue lagrime cadevano sull’erba come la rugiada del mattino. Di tanto in tanto ella si passava la manica della camicia sugli occhi, ma più le asciugava, più le lagrime sgorgavano abbondanti: ella non ricordava di aver mai pianto così, e dovette appoggiarsi ad un albero, tanto una commozione ignota e profonda la vinceva. Le sembrava d’aver tutto ad un tratto avuto la rivelazione di cose che ignorava. Come le apparenze ingannano! L’uomo che ella aveva creduto forte e felice s’era piegato davanti a