Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/285

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un salto e l’altro, dalla cucina alla sala da pranzo, trovò modo di raccontargli l’ultima questione con la serva, e l’acquisto di un nuovo pensionante.

— Vedrai che sviluppo prenderà la pensione, Bruno, anima mia. Forse non ci basterà neppure il locale: ma potremo fabbricare dalla parte del Corso: c’è Pintore che vende il suo cortile.... Tu, come stai? Non ti sei sentito più male? Adesso ti darò da mangiare: vuoi i ravioli?

Egli sedette accanto al fuoco e mangiò i ravioli. Marielène era insolitamente rossa in viso; ma egli osservò che ella era ancor più dimagrata, secca, nera e come arsa dal continuo calore dei fornelli.

— Tu lavori troppo, Elena! Dimmi, per questa serva, dunque, come si fa? Bisogna risolvere il problema. Ti sei dimagrata, Elena: finirai con l’ammalarti.

— Lascia stare! È la mia vita. E tu non lavori, Bruno? Tu lavori più di me.

Sì, egli lavorava; ma oramai il lavoro non era più, come un tempo, la sua felicità.

Dopo colazione salì nella camera da letto, accese la pipa e si affacciò alla finestra, la stessa dalla quale una sera egli, vedendo Sebastiana nel suo piccolo orto pieno di rose, al chiaro di luna, si era ritratto come dall’orlo di un precipizio.