Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/312

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insultò il professore d’italiano che le rivolgeva qualche frase galante, e se ne andò giurando di non rimetter più piede in quella casa.

Ma la sera stessa ritornò, mentre la maestra e le sue vicine stavano a prendere il fresco ed a chiacchierare. Il cortiletto era ingombro di travi, di mattoni, di altri materiali di fabbrica; e Marielène s’affannava, al chiaro di luna, a pulire con una falciuola un fascio di canne che dovevano servire per il tetto della nuova casa.

— E lascia! — le disse con ironia Sebastiana, — tanto, il lavoro di notte va al diavolo.

— Io volevo pregarti di aiutarmi!

— In fede mia, no! Non lavoro per me che son povera, e devo lavorare per te che sei ricca?

Poco dopo s’udì un fischio nel viottolo, e la maestra disse:

— Mi pare quello di Predu!

Sebastiana uscì di corsa e infatti vide suo marito davanti al cancello della loro casetta.

— Chiamami tua madre, — egli le disse, — va, devo dirle qualcosa per Marielène.

— Che è accaduto, Predu? Dillo a me.... Bruno sta male?

— Va; non è cosa che ti riguarda.