Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/332

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ad un albero, animava coi suoi urli il luogo solitario, e pareva volesse spezzare le sue catene per gettarsi addosso al malato e divorarlo. Antoni Maria delirava, parlava col cane, e quando il Dejana si curvò e gli toccò la fronte, egli si sollevò e il suo viso espresse un cupo spavento.

— Là... Là.... guarda! — gridò, additando un punto lontano. — C’è il fuoco nella tanca. Ah, immondezza, sei stato tu!

— Egli sa, dunque? — pensò atterrito Predu Maria; e cercò di calmarlo e d’interrogarlo; ma il febbricitante continuò per un pezzo a sollevare e ad abbassare la testa, allungando il collo con un movimento che ricordava quello del baco da seta, e ogni tanto pronunciava frasi sconnesse, additando un incendio lontano e lamentandosi per il calore insopportabile che sentiva.

Predu Maria attese che il pastore tornasse, e gli disse:

— Perchè lo lasciate solo quando ha la febbre? Può alzarsi, andar vicino al cane e farsi sbranare.

— Non si è mai sentito un caso simile, — rispose il pastore. — Del resto, egli non si muove; non c’è pericolo. Quando ha la febbre forte dice che c’è tutto intorno un incendio ed ha paura di scottarsi!