Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/359

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a sbottonarsi i polsini della camicia e fissò a lungo le vene che si disegnavano sulla pelle bianca come ramoscelli nudi, verdastri; poi riaprì il coltellino e tagliò la pelle sul polso sinistro.

Ma appena il sangue sgorgò, rosso e scintillante come un chicco di melograno, egli provò una vertigine di terrore e cominciò a gridare, come se qualcuno stesse ad assassinarlo.

Il suo grido rauco e infantile risuonò nel silenzio desolato della casupola come in un deserto; nessuno accorse ed egli rinvenne dal suo momentaneo accesso di follia.

Si legò un fazzoletto al polso, stringendo il nodo coi denti, e cadde in ginocchio per terra, davanti al lettuccio, nascondendosi il viso fra le mani. Rivide la stanza polverosa e solitaria in fondo al ballatoio, nell’antica casa di sua madre, l’angolo ove s’ammucchiavano i libri, i breviari, le statuette sacre di suo zio prete; e gli parve d’essere ancora inginocchiato là, nella penombra, sotto un grande crocifisso giallo la cui fronte ed i cui polsi stillavano sangue.

— Egli è morto per noi; è stato tradito, crocifisso, ha mille volte sofferto più di quanto soffro io, — disse a voce alta,