Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/50

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Predu Maria sentiva il terrore della lotta, quando si svegliò tremando. Un sudore ardente lo bagnava tutto; senza aprire gli occhi si sollevò a sedere sul lettuccio, sentì il dolore del piede e riebbe il senso della realtà; ma rimase a lungo immobile, oppresso dai ricordi angosciosi: un popolo di larve lo circondava, e i ricordi lontani si confondevano coi più recenti, e la figura del patrigno, che da morto continuava a perseguitarlo, sedeva accanto al focolare di Antonio Maria e ascoltava pensieroso la storia raccontata da uno della compagnia. E all’improvviso diceva con la sua voce rauca e triste:

— Ero un pazzo, fratelli cari. Dovevano chiudermi nel manicomio, e invece mi hanno chiuso nell’inferno!

Ad un tratto un passo leggiero e un fruscìo di scopa richiamarono l’attenzione di Predu Maria. Egli riconosceva quel fruscìo, quei passetti leggeri simili ai passi delle caprette saltellanti nei boschi. Scivolò dal letto e uscì nel portico: Marielène, ancora piccola come quando era servetta nella locanda, spazzava con un fascio di scope il cortile di Antonio Maria; e i grossi bottoni di metallo, penzolanti dalle maniche spaccate del suo giubboncello, dondolavano e tintinnavano come campanelli.