Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/49

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gli tremavano per la debolezza. Sulla tavola fumava già un gran piatto di ravioli di cacio fresco e farina, e sul ripiano della credenza stava un cestino di fichi verdi la cui buccia spaccata lasciava vedere la polpa rosea; ma nonostante l’apparenza di benessere che si notava in tutta la casa, egli sentiva una profonda angoscia, come se una malìa gl’impedisse di toccare i cibi e di godere le gioie domestiche. A un tratto s’affacciò alla finestra e vide un cavallo bianco, senza sella, passar di corsa nella strada deserta. Udì il grido di Marielène, la servetta della locanda di fronte, e una voce rauca risuonò nell’interno della bottega.

Egli trasalì. Quella voce di uomo barbaro, che per lunghi anni aveva echeggiato nelle straducole dei villaggi sardi imponendo alle donnicciuole la merce del negoziante girovago — tela, tela cotone e berritas! — risuonava ancora nettissima nel sogno del febbricitante. Egli scendeva nella bottega, e vedeva il terribile Lurisincu, olivastro e scarno come un mauritano, schiaffeggiare le donne e trascinarle per i capelli, urlando spaventevoli improperi contro le sue vittime. Vedendo il figliastro, che tremava come una foglia, il barbaro gli si slanciava addosso.... Già