Pagina:Deledda - Il nostro padrone, Milano, Treves, 1920.djvu/68

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 62 —


e con desiderio. Fin da quel tempo egli amava o meglio sognava i denari come una cosa sacra; ma se gli avessero domandato che intendeva di farne non avrebbe saputo dirlo, perchè la ricchezza era per lui un ideale, come è nella mente dei bambini.

Un giorno anche lui era partito, ma anni ed anni erano passati ed egli non aveva ancora scovato il tesoro. Egli trascinava di foresta in foresta, sotto l’umido cielo invernale, e riportava con sè sull’Apennino, e da questo riconduceva con sè nell’isola, il suo sogno diventato un’idea fissa, innocua e melanconica. La sua vita di lavoro scorreva senza dolori e senza gioie, come la vita di milioni d’altri lavoratori; ma l’idea fissa non lo abbandonava, calma e triste come una fiammella in un luogo funebre.

Ed ecco, ad un tratto, questa fiammella divampava, alimentata da un soffio animatore. Dapprima era stata la lettera dello speculatore, che lo richiamava offrendogli un posto di fiducia; adesso era la speranza di un matrimonio d’interesse.

Quando si mise a letto, nella sua camera decorata da file d’innumerevoli quadretti di lamiera d’oro e d’argento che un frate randagio regalava di tanto in tanto alla vecchietta, sebbene stanchissimo non