Pagina:Deledda - Il segreto dell'uomo solitario, 1921.djvu/113

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brava che il malato avesse già preso la posizione dei moribondi, supino, gonfio sotto le coperte, col viso che neppure tentava più di nascondere simile ad una maschera di cera segnato di viola alle palpebre e alle narici, e la barba cresciuta sulle guancie come un musco grigiastro.

— Eppure anche stanotte ha tentato di alzarsi, — ella riprese sottovoce. — Sembra assopito, morto, ma appena si accorge di non essere sorvegliato tenta di alzarsi, di fuggire. E sente tutto, ascolta tutto, capisce tutto. Si ricorda che l’ha chiamato col suo nome, dietro la sua siepe? Ebbene, deve avermi sentito parlare di lei, con la donna, e sapeva chi lei fosse. Son certa che adesso ci ascolta e ci sente. Sono malattie in cui non è vero che la coscienza si spegne: rimane come sepolta sotto il cumulo di macerie dell’organismo distrutto, ma è viva, è vigile, e vede forse più che la coscienza nostra di sani. Vede e giudica tutto attraverso le sue tenebre, come i morti dall’al di là. Per questo, — aggiunse, volgendo il viso verso il viso di Cristiano, gli occhi del quale la fissavano con pietà e curiosità e anche con ansia e con quel misterioso senso di terrore che destano appunto i malati dei quali ella parlava, — per questo non l’ho mai abbandonato, nè ho permesso di chiu-