Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/11

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Il portafoglio 5

chè non gli permettevano di entrare e compiere il suo dovere. Dentro la cella il medico, pure lui frate, da poco entrato nell’ordine dopo essere stato un gaudente, adesso legato al dolore da un cilizio che portava notte e giorno, pronunziava ad alta voce qualche parola come parlasse fra sè.

Così il frate, di fuori, seppe che l’infermo andava meglio: il cuore si calmava, le forze vitali tornavano: poi si sentì un bisbiglio.

— È rinvenuto, e forse comunica all’altro la causa del suo svenimento.

Questo dubbio lo accese di sdegno: perchè nella sua rigida santità, egli aveva sempre sentito disprezzo e ripugnanza per il medico convertito, e adesso questi sentimenti gli si ritorcevano contro come serpi calpestate.


Attese ancora, attaccato alla parete come un frate dipinto. Nelle finestre del corridoio il cielo si sfioriva; il vento cessava, ritirandosi poichè si ritirava il sole, ma di quel loro gioco rimaneva la dolcezza voluttuosa nell’aria; musiche lontane tremolavano coi profumi dei giardini; e la donna del portafoglio correva nelle strade della città maledicendo il ladro che aveva aperto la sua borsa. Il ladro non esisteva, eppure quella maledizione avvelenava l’aria e la soavità della sera.