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Era un cielo che, come noi, non conosceva il verde delle foreste, eppure richiamava al pensiero un puro orizzonte sopra un bosco di montagna: e il rumore confuso della città intorno accresceva questa illusione.

Del resto io e Fedele non si era romantici, e non c’importava nulla della campagna. Si viveva bene in città, in quel grande appartamento fresco destate e riscaldato d’inverno; ed io anzi preferisco quest’ultima stagione che permette di stare in casa o di uscire, di veder gente o no, secondo il proprio umore.

Di umore molto variabile, in quel tempo, io avevo periodi di sociabilità, e periodi di misantropia. Vedova e senza figli, senza stretti parenti, pienamente libera di me, senza preoccupazioni materiali, a volte sentivo un grande vuoto intorno a me, come se il palazzo dove abitavo fosse crollato lasciando salvo solo il mio appartamento. Uscire non si poteva, restare in casa era pericoloso; in quei giorni ispezionavo la cucina, e anche Fedele sentiva odore di tempesta. Eppure nessuna cattiva parola veniva pronunziata. Io avevo di lui lo stesso terrore ch’egli aveva di me. Sapevo che se io lo rimproveravo in malo modo egli era pronto a dirmi che se ne andava. E questa sola minaccia accresceva il senso di abisso intorno a me: in fondo ero certa che non se ne sarebbe mai andato se io frenavo il mio desiderio di maltrat-