Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/193

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Il tesoro degli zingari 187

l’altro: lei presiede ai lavori degli zingari magnani e ramai; infine è lei che adocchia se c’è qualche cosa da prendere nei dintorni e comanda sia presa, o se la piglia lei senza far chiacchiere.

— Adesso possono anche far venire il dottore a visitarmi, — pensava Madlen, rivoltandosi con dolore nel suo giaciglio. — Io sono stanca, stanca, stanca.

E più che stanca si sentiva infinitamente triste: il pensiero che la morte poteva dar fine al suo male non le passava neppure in mente: la sua mente, anzi, era piena di immagini di vita, e questo continuo impotente fantasticare accresceva la sua stanchezza.

Dall’apertura della tenda intravedeva l’officina primordiale dove gli zingari, coi calzoni di velluto nero e la camicia gialla o turchina, lavoravano il rame. I bei paiuoli dalle cupole splendenti, le teglie rotonde che luccicavano al sole, le padelle fuori d’oro e dentro di argento, le richiamavano continuamente al pensiero il misterioso vaso ritrovato dai capi della tribù.

Eccola lì, la vecchia, con le mani sui fianchi, alta e dura come una regina. Dall’ampia sottana rossa pieghettata si slancia la vita sottile circondata d’una cintura di perline: un fazzoletto verde e viola le stringe la testa serpentina, e dalle orecchie le scendono, coi lunghi pendenti, due treccioline bianche con due uncini