Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/192

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
186 il sigillo d'amore

parla con nessuno e non si allontana più dalla loro tenda.

— Essi sono i padroni, — mormorò Madlen, volgendosi verso la parete di tela. Pareva infastidita; eppure da quel momento il pensiero del tesoro le alleggerì il mal di testa e il dolore alle reni che la stroncavano tutta. Il tesoro, infine, apparteneva a tutti; perchè tutto, nella tribù, era della comunità. Dunque apparteneva anche a lei, e lei doveva rallegrarsene, o almeno interessarsene. Non che le premesse il valore delle cose contenute dal vaso: ma il mistero delle cose stesse, e quella luce che emanavano.

Che cosa sarà? Qualche cosa più fulgida degli zecchini, delle sterline, delle perle false e delle patacche rilucenti che brillano sui corsetti delle sue parenti e compagne: qualche cosa che non si può fissare, come il sole. Ma il sole lei era buona a fissarlo, quando stava bene, e dentro il vaso d’oro lei sola, forse, è capace di guardarci a lungo come dentro un pozzo senza fondo.

Prima che la vecchia e il figlio lo lascino vedere ci vorrà del tempo, però. Loro sono i capi della tribù: veramente il capo dovrebbe essere il figlio, ma è talmente attaccato e ligio alla madre, che la vera padrona di tutti è lei. Lei tiene la cassa della comunità, lei impartisce ordini, da lei dipende lo stare in un posto o nel-