Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/20

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14 il sigillo d’amore


Dopo la cantoniera davanti alla quale si passò di corsa (la cugina aveva lo sprone e se ne serviva spietatamente), si cominciò a respirare; la strada, in salita, è sempre più amena, i prati più ricchi di pascoli in fiore; le quercie vibrano tutte per il canto degli usignoli; pastori di Mamojada scendono, a cavallo, fra i loro sacchi e le bisacce istoriate, tranquilli come i pastori diretti a Betlemme: e non badano a noi: solo un vecchio, affacciato a una muriccia, ci domanda dove andiamo.

— A Fonni a portare un cero alla Basilica dei Santi Martiri, — dice pronta la cugina; e gli fa vedere un bastone che tiene come un’arma sull’arcione.

Si costeggiò Mamojana: non c’interessava visitarla, anche perchè abitata da numerosi compari di battesimo e relativi figliocci di mio padre: arrivate al bivio la cugina esitò un momento, poi diede una bastonata al fianco del cavallo e lo aizzò con un grido selvaggio.

La bestia andò, scuotendo la testa come per salutare qualcuno e chiamarlo a testimone della sua ingiusta persecuzione: e il mio piccolo baio sornione gli tenne come sempre dietro, rigido e raccolto a pensare cose sue particolari.

Quando Mamojada sparve nella sua piccola conca piena di sole, io espressi il desiderio di