Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/19

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A cavallo 13


La gita più avventurosa ch’io ricordi si fece con una mia cugina maggiore di me di parecchi anni, e per la quale io professavo il rispetto e l’ammirazione dovuti ad un’eroina: poichè era una ragazza di una forza e un coraggio da Ercole: spezzava sul ginocchio grossi rami di legno verde e sparava il fucile senza mai fallire il colpo. Fu lei a combinare una gita arrischiatissima, al paese d’origine delle nostre famiglie, l’aquila dei paesi di Sardegna accovacciata alle falde del Gennargentu: Fonni. Questo era il mio sogno: risalire la strada donde erano scesi i nostri nonni arguti e artisti.

E si cominciò con l’astuzia, domandando ai genitori il permesso di passare due giorni e una notte nella vigna, dove ci si poteva dormire, e il guardiano, fidato e affezionato, era un nostro parente.

La vigna era nella strada per Macomer; ma noi, arrivate al trivio dopo Nuoro, nel mattino di maggio che dava tutti i colori dell’iride al meraviglioso panorama, si tirò dritto per lo stradone di Mamojada.

La paura d’incontrare qualcuno che ci spiasse e tradisse, turbava alquanto il piacere del viaggio: per fortuna non si incontrò che una donnina di Fonni; anche lei sola e spavalda sul suo ronzino carico di bisacce di patate, ci salutò con un semplice:

— Ave Maria.