Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/235

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Il figlio del toro 229


Là era venuto la prima volta, bambino, con la nonna che lungo la strada gl’insegnava le preghiere in versi, dolci come ninne nanne; là aveva assistito lui la messa in suffragio del padre morto, là davanti aveva avuto il primo convegno d’amore con la moglie. Questa moglie era allora la più bella ragazza della contrada, e aveva preferito lui a tutti gli spasimanti che la corteggiavano nell’osteria campestre tenuta dal padre, dove i grossi mercanti di saggina e di frumentone venivano apposta per vedere lei, e vi sostavano bevendo fino ad ubbriacarsi in omaggio alla sua graziosa bellezza.

Ella aveva preferito a tutti il semplice bifolco della masseria accanto, brutto e anziano; e lui non se ne meravigliava. Sapeva di possedere una forza miracolosa che lo faceva amare anche dai malvagi e dai cani di guardia: quella di voler bene a tutti.


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Ed ecco, mentre egli sta incantato a guardare il suo San Cristoforo mutilato dal tempo, ed a chiacchierare con lui delle cose passate, il toro dà uno scossone alla catena e muggisce annoiato.