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236 il sigillo d'amore


— La creatura non è sola.

— Non ci mancherebbe che questo — mormorò allora il bifolco, amaro e disperato: poi per riguardo alla padrona e a sè stesso, aggiunse: — sia fatta la volontà di Dio.

Poichè le parole della vecchia massaia significavano che la donna doveva partorire due o forse anche tre gemelli.

— Non importa — diceva a sè stesso il bifolco, rassegnato e triste. — Saranno due, saranno tre, li alleveremo e insegneremo loro a lavorare. Basta andarsene. E tu, moglie, filerai dritta.

Oh, ella filava già dritta, tormentata giorno e notte dai suoi dolori terribili; una notte volle confessarsi, convinta che doveva morire.

La levatrice diceva ch’era finzione, o per lo meno suggestione.

— Tu devi aver sentito, forse anche in sogno, qualcuno urlare così e lo fai per vezzo. Siete tutte canaglia, voi donne incinte.

Ma quando nacque la creatura, anche lei si sentì presa in quel cerchio tragico di angoscia inumana, che stringeva la famiglia del bifolco.

Questi aspettava di fuori, con ansia dignitosa: aveva fatto preparare una grande cesta, nella previsione di un’abbondante raccolta di nascituri; quando sentì ch’era uno solo, si fece il segno della croce:

— Dio sia lodato.