Pagina:Deledda - Il sigillo d'amore, 1926.djvu/26

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
20 IL SIGILLO D'AMORE

da quarantotto ore. Poi la rabbia e l’umiliazione mi sostennero.

Cammino: lungo la spiaggia vado su, su, fino a Viserba: ma i bagnanti, e specialmente le donne, alle quali è sempre meglio rivolgersi, hanno ancora un aspetto troppo elegante che non mi incoraggia ad avvicinarli.

Cammino: evito le guardie di dogana che si volgono a guardarmi sospettose. È doloroso come il povero emani un dolore di bestia selvatica: anche i cani lo sentono e abbaiano al suo passare. Ed egli cerca di nascondersi, di fuggire. Questo è il segreto del vagabondo, e il suo tormento: la necessità di star solo, in un isolamento terribile che è già quello della morte.

Cammino, dunque: sono abituato a camminare anche se ho fame, se ho la febbre, anche se dormo.

E mi sembra appunto di camminare e sognare quando da un sentieruolo fra le tamerici dell’arenile verso Ghinfe vedo sbucare una signorina in lutto.

Sulle prime mi sembra una bambina, tanto è piccola, coi vestiti corti, bionda e rosea sotto l’ombrellino nero che tiene rasente alla testa come un grande cappello. Cammina tranquilla, in quel perfetto deserto, come nella piazza del paese: e mi viene quasi incontro fissandomi coi grandi occhi celesti che però abbassa a mi-