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274 il sigillo d'amore

selvaggio, ti lasciavo il mio posto al sole, ti pettinavo col mio pettine.

E tu te ne mostravi grata; piegavi in avanti la testa e i tuoi occhi si riempivano di una luce che mi sembrava quasi di occhi umani. Era la tua voluttà animale che ti faceva far questo; io lo sapevo, eppure mi illudevo che fosse la gratitudine.

E se un estraneo entrava nella mia camera tu lo beccavi, gracchiando; così un cane fedele morde e abbaia se il padrone è minacciato. Perchè facevi questo? Perchè facevi questo anche contro il mite sarto dalle bianche mani insensibili, quando, inginocchiato sul tappeto come davanti ad una santa mi provava, senza toccare altro che la sua stoffa preziosa, il vestito di lusso?

Forse sentivi che anche lui, lui più di tutti, era un mio cattivo nemico.

O era un’illusione mia pure questa; ma io ti volevo bene appunto perchè mi creavi queste illusioni.

Da te ho tratto argomento di poesia; da te che sei, dopo il corvo, l’uccello il più malvagio e sgraziato; la cornacchia nera: ma sei anche l’uccello che, dopo l’aquila, ama stare più alto di tutti; la cornacchia dei campanili.

I bambini hanno riso nel leggere la storiella della tua prima fuga, quando ancora senza coda e senza ali, ma già ingrata e irriducibile,