Pagina:Deledda - Il vecchio della montagna, 1920.djvu/21

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Che dunque il cavallo bevesse, che intorbidasse, che, potendo, inquinasse la fresca acqua pura, come quei signori avevano avvelenato l’anima del pastore.

Che bevesse! Anzi, in un impeto d’ira, che diede un giallo fulgore ai suoi occhi, Melchiorre si curvò, aprì le mani, afferrò uno, due, tre massi, dalla base nera di fango, e li gettò entro la fontana. L’acqua gorgogliò, sprizzò, traboccò, si sparse sulle pietre circostanti.

Egli riprese la briglia, risalì rapido in sella e s’allontanò.

Tutto ritornò nel grave silenzio di prima; s’udiva solo il crepitar delle foglie secche e dei ramoscelli spezzati dalle zampe del cavallo.

Un po’ più su Melchiorre si fermò: il suo ovile era a levante, un po’ lungi dalla chiesetta, davanti alla quale non occorreva passare. Eppure, per un momento, egli fu tentato di salire lassù; ma poi rallentò la briglia, e lasciò che il cavallino seguisse da sè la via. E il cavallino rizzò le orecchie, e attraverso i laberinti del bosco e delle rupi s’avviò all’ovile.

Allora, riprendendo la solita via, Melchiorre tornò alla realtà, e si sdegnò della sua debolezza. Gli accadeva sempre così.