Pagina:Deledda - La casa del poeta, 1930.djvu/274

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voci sono diverse, acuta e squillante quella del primo, quasi per dare l’idea delle sue lame bene affilate; chiara e rapida quella del secondo, e caratteristica ma non ben definibile quella dell’uomo che aggiusta gli ombrelli: è una voce che a volte ha l’eco del grido del corvo; annunzia il cattivo tempo, i grandi cieli invernali fumosi e agitati come campi di battaglia; a volte è lunga, cadenzata e monotona, per ricordarci le pioggie interminabili dalle quali ci vuol riparare.

Semplici voci di villaggio, alle quali si aggiungono quelle del venditore di ricotta e del pescatore di ranocchie: entrambe fresche di pastura e di fossi erbosi. Ma d’estate la più gradita è quella del venditore di gelati, fermo col suo carrettino celeste sotto le robinie del campo del tennis sul marciapiede innaffiato: voce che, se dà molestia ai dormiglioni e agli scrittori che trovano buona ogni scusa per non mettere giù il capolavoro, trasporta nel fresco d’una colonia marina i bambini rimasti a casa e le donne che sudano a lucidare i pavimenti.

A mezzogiorno, poi, in ogni stagione, passa il monumento diafano, azzurro e brillante, del carro dell’acqua acetosa: la donna che vi troneggia sopra non si scompone a gridare, poiché tutti corrono a lei con le bottiglie vuote, come verso una fontana miracolosa, che guarisce novantanove su cento dei mali umani. E il centesimo, chi lo guarisce? Forse la musica zingaresca dell’