Pagina:Deledda - La danza della collana, 1924.djvu/187

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le pareva di essere ancora lassú, bambina, stupita del mistero che trasformava la terra e dava alle cose il fascino sovrannaturale dei fantasmi. Ricordava di aver toccato la prima volta la neve dopo un’esistenza paurosa: e le era parsa fuoco: poi l’aveva mangiata e mai nulla aveva trovato di piú buono.

Dalla vetrata non si stancava di guardare il prato bianco dove gli uccellini danzavano come i fanciulli d’estate; finché il tramonto colorí di rosa la neve.

E d’un tratto crede di sognare: un uomo passa laggiú, nel bianco deserto, dietro la siepe che pare di biancospino fiorito: è il suo fidanzato di un’ora; ed ella ha voglia di ridere, ma qualche cosa come uno schiaffo violento glielo impedisce e la rende triste e pensierosa. Ha l’impressione che l’uomo sia venuto fino alla sua porta e non abbia osato suonare; e anche lei ha desiderio di aprire i vetri e chiamarlo, ma non può. Egli si allontana, ella ritorna in sé: a che giova sognare? Egli è l’uomo, lei la donna, nella loro eterna separazione;