Pagina:Deledda - La fuga in Egitto, 1926.djvu/184

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— Lo so, — disse il maestro, riprendendo il senso della realtà: — e sono qui per chiedertene il perchè.

— Lei lo sa meglio di me. L’ho cacciata via perchè lei se ne è andato.

— E se io non me ne andavo, tu la tenevi ancora?

— Non so. So che mi ha dato la sua lettera sbeffeggiandomi: allora ho perduto il lume degli occhi e l’ho trattata come si conveniva.

— Ma tu sai lo stato in cui si trova?

— Uff! — sbuffò l’altro. — Lei prende le cose troppo sul serio. Quella è una ragazza perduta fin dall’infanzia: è lei che va addosso agli uomini, e non c’è da usarle gentilezze.

— Tu però, Antonio, non la trattavi male, quando ti faceva comodo, e volere o volare la creatura che ha in corpo è tua. Lasciamo andare, del resto: parlare con te è come parlare non dico con questo cane che è più sensibile di te, ma col muro. E io sono qui per chiederti solo di darmi almeno le vesti della disgraziata.

— Ah, è venuta da lei? Ha rubato il cuore anche a lei? Stia attento.

Gelosia, scherno, stupore e curiosità e anche malvagità vibravano nel suono della sua voce: il maestro era pronto a tutti i colpi, anzi quasi ne godeva e ci si divertiva.