Pagina:Deledda - La fuga in Egitto, 1926.djvu/215

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— Non lo so neppure io: ho tutta una confusione in mente. Dapprima sono stato giù, verso le Isole Rosse, in una specie di grotta marina che pochi conoscono. Per tre giorni e tre notti non ho preso cibo: i pipistrelli mi svolazzavano intorno nel buio come mosche; e io ne avevo tanta paura, finchè per la rabbia non ne chiappai uno e lo sentii molle e caldo nella mia mano come un topolino spaurito. Allora feci amicizia con loro: mi parevano i miei stessi pensieri, neri, affannati, senza sonno.

— Avete studiato? — interruppe il maestro, sorpreso anche lui delle immagini letterarie del giovine.

— E come no? Questo è stato il nostro guaio, mio e di mio fratello: abbiamo studiato fino alla quinta ginnasiale: facevamo le stesse scuole, sebbene lui sia maggiore di me di due anni: dopo si dovette troncare. La mamma, che ci sosteneva, era morta: lui, mio padre, dopo questa disgrazia divenne bisbetico, avaro e dispettoso. Ci costrinse a lavorare la terra. Mio fratello scappò di casa, ma poi tornò: e qui cominciarono le liti, le botte di mio padre contro di lui. Una mattina lo bastonò mentre dormiva: l’urlo e il pianto del suo risveglio li ho sempre dentro la testa, dentro il sangue. Perchè, perchè, Signore, permetti questi orrori?

Si strinse la testa fra le mani e chiuse gli

Deledda. La fuga in Egitto. 14