Pagina:Deledda - La fuga in Egitto, 1926.djvu/216

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 210 —

occhi, come ascoltando ancora i lamenti selvaggi del fratello: poi lasciò cadere le braccia e piegò la testa sul petto.

— Tante volte, — riprese come parlando fra di sè, — io vengo a discorsi con Dio, e chiedo a lui ragione del misfatto. Io ero buono: ero incapace di far male a un insetto: lasciavo che le formiche rovinassero il seminato piuttosto che distruggerle, perchè ero e sono convinto che anche gli animali hanno un’anima e il diritto alla vita: altrimenti come si spiegherebbe Dio e la creazione del mondo? Ma questo Dio, questo Dio che ci ha creato tutti per farci soffrire? Che ci fa continuamente soverchiare dal male?

— Dio è in noi: e sta in noi vincere il male, — disse il maestro.

Il giovine sollevò gli occhi, pur tenendo bassa la testa, e il bianco della sclerotica brillò come di porcellana.

— Parole! — esclamò. — È facile pronunziarle ma difficile metterle in pratica. Anch’io pensavo così, da ragazzo, quando andavo a scuola e leggevo le belle Antologie fiorite. Poi dopo invece....

— Si è sempre in tempo a vincere il demonio. E Dio forse predilige gli uomini che una volta tanto si sono lasciati soverchiare dal male, se permette loro di sollevarsi più in alto degli altri