Pagina:Deledda - La fuga in Egitto, 1926.djvu/278

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 272 —

Dio, ed egli oramai si sentiva una forza straordinaria che lo rendeva sicuro di poter difendere, a tutti i costi la creatura affidatagli dalla sorte.

Anche Ornella, che dormiva sul solo guanciale delle sue treccie schiacciate, pallida, con la bocca semiaperta come quella dei bambini addormentati, gli destava una grande pietà. Gli pareva che col sangue versato e col dolore sofferto ella si fosse svotata del male, e purificata; ed era lì, immobile, come una statua di cera ch’egli poteva modificare a suo gusto. Aveva perduto anche quel suo respiro grosso, e la fronte e il naso avevano una linea infantile.

Ed ecco, d’un tratto, egli, non sa perchè, si rivede nella scuola del villaggio. Cinque bambini poveri, tutti brutti e insolenti, siedono ai banchi, e lo fissano deridendolo.

— Già, — dice uno di essi, il più piccolo e cattivo, — vossignoria don Giuseppe, che non ci poteva vedere, adesso deve fare da balia a quel marmocchio spelacchiato.

Gli altri ridono: uno dei ragazzi beneducati, di quelli benestanti, si alza e comincia a fare orribili smorfie.

— E a me il latte non me lo dà, vossignoria?

Tutta la classe è presa da un’epidemia di riso e di smorfie: qualche ragazzo gli butta addosso ghiande e olive guaste, cercando di colpire più che lui il bambino. Egli tenta di alzarsi, ma non