Pagina:Deledda - La fuga in Egitto, 1926.djvu/279

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 273 —

può, anzi non vuole, e ripara con le braccia riunite la creatura presa di mira.

— Anche questo è un castigo, — pensa, — poichè io non ho amato i fanciulli.

D’un tratto qualcuno sale la scaletta: s’affaccia all’apertura del soppalco la bella testa di Ola, coi riccioli neri e gli occhi d’oro bruno: egli sente di arrossire e cerca di nascondere meglio il bambino: ma Ola sa tutto, salta in mezzo al soppalco e dice:

— Dammi una canna per difendere contro quei macacchi il mio fratellino.

I ragazzi però sono scomparsi, e al posto della scuola c’è il mare, con le onde agitate. I ragazzi sono scomparsi: dove? A lui pare che gli siano saltati tutti sulle ginocchia, nascondendosi fra le pieghe del cappotto: e questo gli pesa, tende a scivolare giù, e gli scivola, infatti, e il bambino ne schizza fuori in pezzi, tutti lividi e insanguinati.

Si svegliò spaventato dal suo momentaneo sopore, e sollevò ancora il lembo del cappotto come per assicurarsi che il bambino era lì intatto. Era lì, con la grossa testa dentro la cuffietta di lana rossastra: teneva gli occhi aperti, senza espressione, e questi occhi e il visetto lucido e rosso come sbucciato di una seconda pelle, rassomigliavano stranamente a quelli della bambola di Ola.

Deledda. La fuga in Egitto. 18