Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/168

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marito e fargli osservare con voce un po’ tremula:

— Guarda, la luna ha vicinissima una stella. Che accadrà? Qualche grande sventura certamente.

— Sciocchezza! — diss’egli, alzando le spalle e sollevando il volto.

Per alcuni momenti camminò, guardando in alto, assorto nella ineffabile bellezza del fenomeno: la luna e l’astro gareggiavano di splendore; un profondo silenzio era nell’aria, e i noci degli orti, e i pioppi, e tutti i cespugli si ergevano immobili fra un dorato chiarore, quasi anch’essi assorti nella contemplazione del doppio tramonto astrale. Ma tosto, e come sempre, Stefano sentì il suo sentimento estetico avvelenato da un sottile disgusto; sentì che sua moglie non scorgeva nella finissima bellezza di quel novilunio incoronato dall’azzurro tramonto di Venere, che una volgare superstizione, e reclinò la fronte corrugata.

— Così, così dunque bisognava camminare col muso a terra, come quelli animali immondi che....

— Cos’hai? — domandò ella, udendolo mormorare.

Egli non rispose; ma arrivati alla casa del molino e venuta zia Larenta ad aprire, dovette un’altra volta stizzirsi, perchè anche la