Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/172

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primesse davvero qualche cosa; poi disse abbassando la voce minacciosa: — Lo so io come va la storia della morte di Saturnino Chessa! È che non voglio compromettermi con simil gente, altrimenti guai!

Dopo qualche insistenza e dopo che Maria si fu assicurata che zia Larenta non stava dietro l’uscio, egli narrò la triste storia della morte del Chessa, sul quale c’era stata una taglia di mille lire e la promessa, non formulata ma compresa, d’una medaglia d’onore al carabiniere che avrebbe cacciato il cinghiale dell’altipiano.

— Ella ricorderà il Chessa, disse Stefano rivolto al suocero, che accennò di sì; — era un uomo piccolino, magro, con una fisionomia buona di donna vecchia, sbarbato e bianco. Che abbia fatto del bene o del male, specialmente a noi, questo lo avrà giudicato Iddio. Ad ogni modo al Porri, col quale era amico, e s’avevano giurato fede nella notte di San Giovanni, il che equivale quasi ad esser fratelli, aveva fatto più bene che male. Dormiva e mangiava spesso nell’ovile del Porri, e questo fatto Pennini, l’appuntato che poi s’ebbe la medaglia al valore per aver sparato e... ucciso il Chessa, lo sapeva benissimo. Ora, non potendo cacciar vivo il cinghiale, si pensò di prenderlo, in più nobile modo. E nell’ovile di Arcangelo