Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/194

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corso, e allora Stefano fermava il cavallo, fischiava e li richiamava.

— Tè, tè, Josto! Jostooo?... Va avanti, che diavolo? Non la finiremo più, oggi? Gelsomina? Tè, Gelsomina, tè, tè, psss, psssiii! Se smonto ti dò una pedata che ti tronco le reni.

I cani ritornavano, s’aggiravano attorno al cavallo, rizzandosi sulle zampe; e visto il frustino del padrone sollevarsi con minaccia, ripigliavano la giocosa corsa in avanti, salvo a sbandarsi ancora dopo pochi istanti.

La giornata era splendida, il cielo purissimo, le lontananze così azzurre da confondersi col cielo. La fine e breve erba d’autunno stendeva lunghi tappeti di felpa verde nei lati ombrosi delle strade campestri, i cespugli soleggiati brillavano di rugiada, sui sassosi argini rivestiti di musco, fra cui stillavano freschi rivoletti d’acqua, qualche bianca margherita sfumata in violetto, qualche tralcio di vitalba dai bottoni verde-argento, tremavano vivificati da un invisibile soffio. Passava nell’aria un largo, indefinibile profumo di freschezza selvaggia e pura, un lontano fragore di torrente, qualche vago tintinnìo di greggi erranti, qualche nota canora d’uccello silvestre, distinta appena nell’intenso silenzio della solitudine che smorzava ogni suono.

Lasciatosi alle spalle il lontano profilo delle