Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/205

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dino del sentiero, campeggianti sull’azzurro del cielo.

Sentendoli abbaiare, Stefano pensò che qualche persona saliva forse l’altro versante, e guardò. Due dei cani sparvero, ma Josto, dal nero profilo, rimase lassù, abbaiando e aspettando il padrone.

Chi saliva, al di là?

Egli battè il fianco del cavallo, e l’animale affrettò il passo; ancora una breve giravolta, ancora un’aspra salita ed ecco la cima. Josto abbaiava sempre, e Stefano fischiò per farlo tacere, pensando che a quell’altezza, in quell’ora radiosa del mezzodì, fra tanto splendore di paesaggio e d’orizzonti, chiunque fosse che veniva incontro, o un pastore a piedi o un ricco viandante a cavallo, aveva diritto di salutare e d’esser salutato. Josto tacque.

Contemporaneamente a Stefano, apparve sulla scintillante linea dell’ultimo gradino, prima la testa, poi il busto e infine tutta la persona forte e snella di un paesano: e le due figure, di cui quella a cavallo parve una equestre statua di bronzo, campeggiarono sul vuoto turchino del cielo, poi sparvero, calarono dalla parte contraria ond’erano salite.

Appena vedutisi, il paesano e Stefano impallidirono, e il rapido sguardo che si scambiarono fu un tragico poema.

Ma di tutte le sensazioni Stefano giunse a