Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/210

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vo il suo nome assieme a quello di Saturnino Chessa, buon’anima, il diavolo l’abbia sotto il suo uncino. E cosa mi puoi fare, gli dissi, facendomi più piccolo d’un capretto. S’abile non cassat muscas1. E risi, ma in coscienza mia che il mio riso era giallo come lo zafferano. Egli mi disse: L’aquila t’insegnerà il modo di vivere, vecchio falco! — e se ne andò tuonando e lampeggiando. Lo vede bene, compare don Istene, io sono un uomo rovinato, in qualunque modo mi comporti.

Stefano l’aveva ascoltato svogliatamente, voltandosi di qua e di là, buttando lontano col piede una pietruzza, fischiando e chiamando i cani.

Sicuro della falsità e malignità del pastore, si sforzava invano di crederlo sincero per tenersi sulla via dei buoni sentimenti provati in quel giorno; ma faceva grave violenza a se stesso per tenersi calmo.

— Infine, — disse, — vostra moglie non è venuta a dirci che avete deposto in modo da non procurarvi malanni? Che diavolo volete che vi dica? Comportatevi come meglio vi piace. Son venuto per cacciare, oggi: non mi rompete le tasche con queste storie, delle quali ne ho già abbastanza quando sono in paese. Non

  1. Come il noto proverbio latino: aquila non captat muscas, — l’aquila non cattura le mosche.