Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/236

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— Bada bene come parli, ohè! Io non conosco nè muri, nè porte..., del resto non l’hai con me e ti compatisco! Certo è che ieri notte non dicevi il rosario col figlio di Arcangelo Porri. Almeno avessi tu dato il biglietto alla padrona; ma neppur ciò hai fatto, e ciò spinse don Isténe a licenziarti.

Serafina parve finalmente capir la ragione, e cominciò a pigliarsela contro se stessa, imprecandosi, battendosi i pugni sul capo e singhiozzando senza lagrime.

No, non le pareva possibile che il suo regno fosse finito, ch’ella dovesse abbandonar quella casa dove s’era creduta padrona, ove da tre anni viveva nell’abbondanza, e ritornare fra l’indicibile miseria della sua famiglia.

— Cosa ho fatto io? Cosa ho fatto io? — piangendo confidò ad Ortensia, che cercava di confortarla. — Ma è lui che, venuto per portare quella maledetta lettera, è voluto entrare ad ogni costo. Io non volevo, io non volevo! Ma se stasera lo rivedo, come è vero che son viva, lo piglio a schiaffi e graffi, che se ne ricorderà fin che vivrà.

— Avresti fatto bene a fargli prima d’ora questa faccenda! — osservò l’altra ironicamente saggia.

Ad ogni modo Serafina dovette far fagotto, e tutto pareva irremissibilmente perduto, quando, entrata da don Piane, lo trovò piangendo.