Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/255

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 247 —


Se poi questo veniva condannato, egli lo riteneva assolutamente innocente, e se ne rattristava e avrebbe provato rimorso se, come Pilato, non avesse creduto compiuto tutto il suo dovere nell’aver, per parte sua, riconosciuta la verità.

Solo nell’estremo dibattimento dell’ultima quindicina diede voto di condanna ad un reo confesso. Ma al ritorno da Sassari, mentre viaggiava nelle secondarie, essendo passato un momento in terza, giacchè nella prime classi era una desolante solitudine, rivide la moglie del condannato; una donnina curva, gialla, cieca d’un occhio, imbacuccata in una gonna d’orbace gettata sul capo, e tremante di freddo e d’angoscia. Ritto, le mani in tasca, egli stette a guardarla così intensamente che ella sollevò fino a lui il suo unico occhio fisso, scuro e lucente come un’uliva, e anch’ella, riconoscendo il giurato, ebbe nello sguardo il fiero balenìo di una imprecazione.

E se ne accorse; e, non per pietà, nè per interesse, ma per semplice impulso di curiosità, domandò:

— Voi siete la moglie del tale?.

— Sicuro! — disse la donna; e il suo occhio olivastro rimase sollevato, fisso e ardente d’odio e dolore. — E tu sei uno dei giurati?

— Sì.

— Me l’hai fatta la camicia tu; mi hai aiutato