Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/286

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che afferri tuo padre per il ciuffo e lo liberi io?...

Nuovamente Bore impallidì. Istigato da Serafina egli detestava Stefano anche precedentemente; ed ora che lo riteneva causa della disgrazia domestica lo odiava addirittura ferocemente con l’imprudente irruenza delle passioni dell’adolescente.

Udendolo ora parlare con tanto sarcasmo, anzi con fredda e crudele beffa, gli veniva una pazza voglia felina di slanciarglisi sopra e ficcargli le unghie nella gola.

— Meno male! — ripetè guardandolo minacciosamente. — Meno male che al danno aggiunge la beffa! Buon pro gli faccia, buon pro! Ma stia attento anche lei, chè il denaro non sempre salva dalla morte e dal disonore... E Filippo Gonnesa è ancora fuori!...

— Cosa vuoi dire, tu? — gridò Stefano, facendosi serio e alzando il frustino d’oleandro.

Istintivamente, temendo un colpo, Bore curvò gli occhi e le spalle, e cercò di allontanarsi, ma la giumenta di Stefano rinculò ancora, e ancora i due si trovarono vicini.

— Cosa vuoi dunque dire con le tue sciocchezze? — ripetè il signore, scuotendo in aria il ramoscello. — Bada bene che io non soffro scherzi di cattivo genere, giovinotto! Finchè si tratta di burlare, sta bene, burliamo pure, ma quando poi si passa il limite! Con chi ti