Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/289

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 281 —


— Fosse vero l’orribile insulto di Bore Porri? No, non è vero! — acutamente gridò la voce dell’orgoglio.

Egli si sentì sollevato; gli occhi velati dall’ira e dallo spasimo del dubbio videro; si raddrizzò.

Ma fu un rapido momento. E subito cento acri sensazioni lo investirono, velandogli ancora lo sguardo e bagnandogli di sudore la radice dei capelli. Fra tutte lo strinse distinta l’umiliazione per essersi abbassato ad insultare ed essere insultato da un ragazzaccio corrotto ed ignorante. Come ciò era potuto accadere?

Egli se ne meravigliò tanto che vinse il prepotente desiderio di rincorrere Bore, gettarlo di sella, frustarlo, calpestarlo, passargli sopra. E poi? Se egli avesse detta la verità?

— No! — urlò nuovamente l’orgoglio. Non è possibile! Non è possibile mai! E addusse per ottima ragione un semplice particolare: il monastero di Silvestra mancava di comunicazioni esterne.

Nuovo breve sollievo.

Ma per tutto l’essere di Stefano dilagava lo spasimo del dubbio e più veniva respinto, più insorgeva feroce.

Tutta la serenità e la luce di mezz’ora prima si cambiava in angosciosa tenebria; tutto ciò che mezz’ora innanzi pareva grande e superiore