Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/290

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ad ogni altra cosa, ora non solo rimpiccioliva, ma scompariva.

Che contava il sogno paterno e il gaudio d’un dolce evento domestico, e tutte le gioie e le speranze del mondo, e tutti i mondi dell’universo, che contavano davanti ad un orgoglio che sopraffatto dal dubbio gemeva come mostro ferito?

E dall’istante che anche l’orgoglio mormorò: Sì, può esser vero, sì, Bore Porri era l’amante di Serafina, e Serafina o Bore, nei lor convegni notturni nell’orto e pei viottoli, possono aver veduto!..., da quel momento l’orizzonte si chiuse, ogni splendore di sole, ogni fragranza di paesaggio, ogni luce di vita dileguò.

Tutto fu buio. Fuori e dentro l’anima. Ma un buio non silenzioso, non morto, ove naufragarono, fragili vele in nero mar procelloso, i puri sentimenti d’umanità e di morale eguaglianza sociale, le miti candide teorie di giustizia che il benessere, la felicità, la serenità della propria esistenza aveano da qualche tempo dato a Stefano Arca.

Tutto il basso fondo del suo carattere, la parte infima, l’atavico istinto della sua razza felina, violenta e debole, crudele e selvaggia, — istinto ch’egli non avea saputo vincere neppure nell’incontro con Bore Porri, — insorgeva implacabile, fomentato dall’amarezza di profonde umiliazioni.