Pagina:Deledda - La giustizia, Milano, Treves, 1929.djvu/30

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

— 22 —

l’opposta estremità del paese, prese a percorrere lunghi viottoli stretti, oscuri e ripidi, fiancheggiati da miserabili casette di pietra; qualche raggio di luce gialla sfuggiva da piccole finestre di legno tarlato e dalle fessure di porticine mal connesse, ma non si scorgeva un’anima, e il gran disco d’oro della luna saliente sul cristallo del cielo illuminava a poco a poco e con infinita tristezza i vecchi tetti di tegole sarde rôse e arrugginite dal tempo.

Uscito dalla sua casa relativamente sontuosa, nel tepore del suo elegante soprabito grigio, foderato di martora, Stefano sentiva la tristezza misera di quelle viuzze, che conosceva pietra per pietra.

Arrivato picchiò con leggera trepidanza la porta d’una vecchia casa di buona apparenza ove abitava Maria, la cui famiglia viveva sulla rendita del molino e dei circostanti orti. Riconoscendo il giovane, la vecchia domestica che aprì con circospezione la porta, si spaventò e fu per farsi il segno della croce e gridare: Cos’è accaduto?.

Ma egli se ne accorse e disse, sorridendo:

— Non vi spaventate, zia Larenta1: buona notte. Sono venuto per vedere come sta Maria: ci hanno detto che stava un po’ male.

— Non è vero, grazie a Dio! Chi ha detto

  1. Lorenza.