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130 la via del male


Il giovinotto non era bello, ma aveva una cert’aria di fiera distinzione: col cappottino nero di orbace e di velluto, dal cappuccio rigettato sulle spalle, il fucile scintillante alla luna, la cintura ricamata, gli sproni sopra le ghette che disegnavano due gambe nervose, la sua figura ricordava i cavalieri erranti, o i boriosi hidalghi spagnuoli.

Era infatti un principale, cioè uno di quei ricchi paesani che formano tutta una razza caratteristica, vantano una certa nobiltà di sangue, ed anche un po’ di coltura.

— Salute, le nuoresi, — cominciarono a gridare i sopraggiunti, fermando i cavalli vicino alle fanciulle.

— Salute, Nuoro!

— Volete venire in groppa? Volete da bere? chiese un vecchio galante, piegandosi su un fianco per estrarre dalla bisaccia una zucca piena di vino.

— Grazie, — disse vivacemente Maria. — Il vino bevetelo voi, o datelo alle vostre donne, che possano cascare dalla groppa dei vostri cavalli! Così al ritorno potrete pigliar noi.

— Brava! — gridò il vecchio. — Vedi che seguo il tuo consiglio! — E mise la zucca sulla bocca e arrovesciò la testa indietro per poter bere meglio, mentre le donne sedute sui cavalli rimbeccavano Maria con parole argute.

— Salute, Maria Noina; vai tu pure alla festa? — chiese il giovinotto dalla cavalla bianca, curvandosi sulla sella, e parlando piano. — Che bel manto ti copre le spalle; Dio guardi i tuoi capelli. Mi dispiace non poterli toccare.