Pagina:Deledda - La via del male, 1906.djvu/17

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la via del male 15

come mia la casa ove spezzo il pane e bevo il vino. Non ho mai rubato un’agugliata di filo. Che possono dire di me? — egli chiese, accendendosi in volto.

Zio Nicola non cessava di guardarlo, e sorrideva. Fra la sua barba rossigna e i baffi neri spiccavano le sue labbra fresche e i denti giovanili.

— Eh, dicono soltanto che sei manesco e rabbioso — esclamò — e infatti mi pare che ti arrabbi, ora. Vuoi il bastone?

Gli porse il bastone, accennandoci di bastonare qualcuno, e Pietro rise.

— Ecco — confessò — non nego che sono stato un ragazzo discolo: scavalcavo tutti i muri, salivo su tutti gli alberi, bastonavo i compagni e correvo sul dorso nudo di cavalli indomiti. Ma chi da ragazzo non è stato così? Qualche volta mia madre, poveretta, mi legava e mi chiudeva in casa; io rosicchiavo la cordicella e scappavo. Ma ben presto conobbi il dolore. Mia madre morì, il tetto della nostra casetta sprofondò: conobbi il freddo, la fame, l’abbandono, la malattia. Le mie due vecchie zie mi aiutarono, ma sono così povere! Allora compresi la vita. Eh, diavolo; la fame è una buona maestra! Mi misi a servire, imparai ad obbedire e a lavorare. E ora lavoro: e appena potrò rifare la mia casetta rovinata, e comprarmi un carro, un paio di buoi, un cane, prenderò moglie...

— Ah, diavolo, diavolo, per prender moglie ci vogliono delle vivande.... — disse zio Nicola, serverdosi di un vecchio proverbio sardo.