Pagina:Deledda - La via del male, 1906.djvu/27

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la via del male 25

degli olivi, che il riflesso della luna spruzzava di perle. Un coro di grilli saliva dai cespugli; s’udiva il rumore eguale del ruscello, e un carro, lontano, roteava nello stradale bianco alla luna, sospeso quasi fra la valle e la montagna: e quei rumori vaghi, melanconici, sempre eguali, accrescevano il senso di silenzio e di solitudine dominante intorno al giovine servo. Egli sentiva inconsapevolmente la dolcezza dell’ora. Il sonnolento benessere del riposo e del fresco, dopo una calda giornata di lavoro, gli copriva la persona come una coltre di velluto; qualche cosa di vaporoso, simile alla luce vaga del novilunio, gli irrorava l’anima primitiva: erano sogni semplici di paesano, desideri d’uomo giovane, immagini di poeta contadino.

— Verrà Sabina. — E il mondo dei sogni, dei desideri, delle immagini si allargava, si allargava in grandi cerchi crepuscolari; il presente si confondeva con l’avvenire, il bisogno ardente di baci impetuosi con la speranza di mangiare un giorno nello stesso canestro con la donnina bionda e buona massaia.

— Ella verrà, — pensava il servo, con un brivido di voluttà. — Se quell’altra indiavolata ci lascierà soli, io la prenderò e la bacerò cosi, come un pazzo. Ella ha la bocca fresca come una ciliegia...

Il desiderio ardente si smorzava in un sogno positivo:

— Avremo una casetta, un carro, un paio di buoi: ella farà il pane, io andrò in qualche lavorazione per guadagnare di più...