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316 la via del male


— Ecco, — pensò, palpandosi sul petto la lettera, — ora la strappo, la butto via, e tutto è finito. È una calunnia, una menzogna. Anche la finzione di chi l’ha scritta, di credermi ancora vedova, è una perfidia... Come sono stata stupida a spaventarmi!

Di nuovo ricordò la fama di violento e di poco scrupoloso che Pietro godeva prima di entrare al loro servizio. Nulla, mai, aveva giustificato questa mala fama di lui. Calunniato: allora come adesso. Egli invece era così buono e mite!

Ella tirò fuori la lettera, calda e come palpitante, e la guardò. E tutt’ad un tratto ripiombò nel suo terrore.

Quel pezzo di carta, quei cinque sigilli di un rosso cupo, color sangue coagulato, le destavano un’impressione misteriosa, erano come un segno mnemonico che le ricordava orrende cose. Ella rivide il sangue di Francesco coagulato sull’erba e sulle pietre del sentiero; rivide la mano rivolta all’insù, implorante pietà...

La paura e l’angoscia la riafferrarono tutta.

— I morti risorgono, — disse a voce alta, nascondendo la lettera in modo che Pietro non potesse vederla. — Francesco è risorto: è lui che ha inspirato questa lettera; è lui, l’agnello sgozzato...

Lagrime di tenerezza le solcarono il viso al ricordo di Francesco. E quel ricordo la commosse come forse mai l’aveva commossa; e per la prima volta, in quell’ora di verità spaventosa, ella pensò a Francesco con giustizia e con affetto.