Pagina:Deledda - La via del male, 1906.djvu/59

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la via del male 57

egli, sebbene servo, apparteneva ad una famiglia di razza per lo meno non straniera, non girovaga come la razza di zio Nicola.

— Se avessi un piccolo capitale! — desiderava. Non so leggere nè scrivere, ma il senso pratico ce l’ho. Se ne son visti tanti che han fatto fortuna! Ma no, — pensava poi. — Quelli che han fatto fortuna hanno rubato, oppure hanno, come zio Nicola, sposato una donna benestante. Anch’io potrei sposarla...

Ma diceva a sè stesso che questa «donna benestante» non sarebbe mai stata Maria Noina, e delle altre poco gli importava. E dopo aver scrollato la testa col suo solito gesto sprezzante, s’allungava sulla stuoia e si coricava, col berretto ripiegato sotto l’orecchio.

Così venne il tempo dell’aratura e della seminagione del grano.

Il terreno che Pietro doveva dissodare e seminare era assai lontano dal paese, al di là della vallata di Marrerí, quasi vicino a Lollovi, miserabile gruppo di case perduto fra i monti e gli altipiani più deserti e melanconici del Nuorese.

Il giovane servo doveva passare lassù tutto il tempo della seminagione, solo coi buoi e col cane.

Ma la solitudine non gli dispiaceva: egli vi era abituato, e d’altronde, in quei giorni, un oscuro